In breve
L'incontro ha mostrato come l'intelligenza artificiale stia entrando davvero negli uffici comunali: nel modo di lavorare, nei servizi ai cittadini, nella programmazione. Le tre questioni che mi porto a casa: la scuola e l'università non sono ancora attrezzate per questa trasformazione; nessuno sa prevedere con sicurezza come sarà il lavoro tra pochi anni; e serve chiarezza su cosa l'IA fa meglio di noi e su cosa, invece, resta una responsabilità umana.
Di cosa si è parlato
Il tema centrale era concreto: come l'IA sta già cambiando il lavoro dentro un comune e nella pubblica amministrazione. Non come scenario lontano, ma come dinamica operativa che tocca le modalità di lavoro degli uffici, i servizi offerti ai cittadini e la programmazione istituzionale sul territorio.
Un incontro così, con l'amministrazione presente, dice già una cosa: il governo locale ha capito che non può restare a guardare. Il punto è come prepararsi.
1. Scuola e università non sono pronte alle sfide dell'IA
Lo dico da docente di ruolo dal 1992: il sistema scolastico e universitario non è ancora adeguato a quello che sta succedendo. Non per mancanza di persone in gamba, ma perché i programmi, i tempi e soprattutto i modi di valutare sono stati pensati per un mondo in cui scrivere un riassunto o un tema richiedeva ore. Oggi un'IA lo fa in pochi secondi.
Ho provato a misurarlo. In un esperimento ho fatto correggere lo stesso tema 50 volte da cinque IA diverse: i voti sono andati da 6,5 a 8,5, e con una sola frase nascosta nel testo 10 correzioni su 25 sono diventate un 10. Se lo strumento è così instabile, servono docenti e studenti capaci di riconoscerlo. Oggi questa formazione dipende quasi sempre dalla buona volontà del singolo.
E c'è un legame diretto con i comuni: i funzionari che domani useranno l'IA negli uffici escono da quella scuola e da quell'università. Anche la norma va in questa direzione: l'articolo 4 dell'AI Act, dopo il Digital Omnibus, chiede a chi usa sistemi di IA di adottare misure per sostenere l'alfabetizzazione del proprio personale. Scuole ed enti pubblici sono dentro fino al collo.
2. Gli scenari futuri sono difficili da prevedere
La seconda questione è la più scomoda: nessuno sa davvero come sarà il lavoro, pubblico o privato, tra cinque anni. Chi dice di saperlo con certezza sta vendendo qualcosa.
Lo vedo nel mio piccolo. In sei mesi ho costruito un sistema di automazione che oggi lavora ogni giorno, e nel frattempo alcuni degli strumenti che usavo sono cambiati, sono stati superati o hanno cambiato regole. Gli strumenti invecchiano in mesi, non in anni.
Per un ente locale questo ha una conseguenza pratica: meglio scelte piccole e reversibili che grandi progetti decennali legati a un solo fornitore. Si parte da un ufficio e da un compito ripetitivo, si misura, si corregge. E si insegna alle persone il metodo, non il pulsante del programma di turno: il pulsante cambierà, il metodo resta.
3. Le capacità dell'IA e le capacità umane
La terza questione è quella che mi ha fatto pensare di più: cosa fa meglio l'IA e cosa resta a noi. Provo a dirlo in modo semplice, partendo da quello che vedo ogni giorno.
- L'IA è più veloce di noi a leggere grandi quantità di testo, riassumere, tradurre, scrivere una prima bozza, smistare richieste. In un ufficio pubblico, dove la burocrazia è fatta di documenti, è un aiuto enorme.
- L'IA però sbaglia con sicurezza. Può inventare un riferimento normativo con lo stesso tono con cui ne cita uno vero. Non sa quando non sa.
- L'IA non risponde delle decisioni. Un atto, un diniego, una graduatoria hanno conseguenze su persone reali. La responsabilità resta di chi firma.
- Restano umani il giudizio sul caso particolare, l'ascolto di un cittadino in difficoltà, la conoscenza del territorio, la capacità di dire «qui la regola non basta».
La regola che consiglio a scuole, aziende e uffici è sempre la stessa: l'IA prepara, una persona verifica e decide.
Vista così, l'IA non toglie valore al lavoro umano: lo sposta. Meno tempo sulle pratiche ripetitive, più tempo su verifica, relazione e casi difficili. Ma solo se le persone sono formate per farlo, e torniamo al primo punto.
Cosa porto a casa
Il titolo dell'incontro era «Architetti del futuro». Mi è piaciuto, perché un architetto non prevede il futuro: lo progetta, con i materiali che ha e sapendo che dovrà adattarsi. Per scuole e comuni vale lo stesso. Non serve indovinare come sarà l'IA tra dieci anni; serve formare oggi le persone che dovranno usarla con giudizio.
Fa piacere che se ne parli qui, in Sardegna, e con le istituzioni in sala. Il prossimo passo è passare dalle sale convegni agli uffici e alle aule.
Domande frequenti
Un comune può usare l'intelligenza artificiale negli uffici? Sì, e molti hanno già iniziato: riassunti di documenti, prime bozze di atti e risposte, smistamento delle richieste dei cittadini. La regola che consiglio è che l'IA prepari e una persona verifichi e decida, perché la responsabilità di un atto resta sempre di chi lo firma.
Da dove deve partire un ente locale con l'IA? Dalla formazione delle persone, prima che dagli strumenti. L'AI Act chiede a chi usa sistemi di IA di adottare misure per sostenere l'alfabetizzazione del personale. Poi conviene partire da un ufficio e da un compito ripetitivo, misurare il risultato e solo dopo estendere.
L'IA sostituirà gli impiegati pubblici? Nessuno può dirlo con certezza. Oggi l'IA è molto veloce a leggere, riassumere e scrivere bozze, ma sbaglia con sicurezza e non risponde delle decisioni. Cambierà soprattutto il modo di lavorare: meno tempo sulle pratiche ripetitive, più tempo su verifica, ascolto e casi difficili.